LE ZEBRE

LE ZEBRE: BIANCHE A STRISCE NERE O NERE A STRISCE BIANCHE?

Samia e Marcello sono le zebre del Giardino Zoologico di Pistoia e con il loro manto A STRISCE BIANCHE E NERE affascinano i visitatori di ogni età: i bambini passano chiamandoli Striscia e Marty dai personaggi dei loro cartoni animati preferiti, mentre i grandi prendono spunto per lanciarsi battute sul tifare o meno la Juventus che ha avuto in passato questa specie come simbolo grazie all’ ispirazione (nel 1928) del giornalista Carlo Bergoglio che disegnò l’icona di una zebra rampante.

I colori bianco e nero del manto riportano tutti a quel logo, che negli anni ha subito molti cambiamenti.

Gli scienziati di fronte all’alternarsi ipnotico dei due colori si sono chiesti per molto tempo se durante la loro evoluzione le zebre siano state in origine bianche e poi si siano aggiunte le strisce nere o viceversa e soprattutto perché hanno questa spiccata bicromia?

L’uomo è incline a voler dare una spiegazione a tutto e non sempre in natura questo è facile. I meccanismi dell’evoluzione spiegano però molti fenomeni: chi più si adatta vince e sopravvive alle sfide dell’ambiente in cui vive e anche per le zebre non deve essere stato molto differente. 

E’ stato dimostrato che all’inizio erano equidi con il mantello scuro ma la variabilità genetica ha permesso la nascita di soggetti con macchie chiare che si sono trasformate nel tempo in strisce bianche e nere. Ma a cosa servono? Come mai è un carattere vincente?

Tante sono le ipotesi…Le linee sono differenti da una zebra all’altra sono un carattere individuale un po’ come le nostre impronte digitali generate dalle righe concentriche dei nostri polpastrelli. Per questa caratteristica una delle ipotesi che ha avuto maggior successo voleva le righe come elemento di riconoscimento degli individui tra loro all’interno del branco.

Un’altra accreditata spiegazione è stata quella che le zebre potessero nascondersi all’interno del branco poiché la bicromia non permetterebbe al predatore di identificare la giusta preda da rincorrere, quella più vecchia ad esempio. 

Le ultime ricerche si sono molto discostate da queste ipotesi e hanno dimostrato che il “bianco-nero” ha un valore di difesa dagli insetti. 

Sono stati condotti svariati esperimenti: qualcuno ha ricoperto i cavalli con mantelli zebrati altri hanno usato manichini a forma di zebra dipinti di chiaro, di scuro o a strisce per vedere la differenza nel comportamento degli insetti tra le differenti opzioni.

E’ stato accertato così che tafani e mosche sono disorientati dalle strisce e non riescono ad “atterrare” facilmente sul manto bicolore: questo fenomeno protegge le zebre dalle malattie trasmissibili attraverso la puntura degli insetti. Resta ancora da capire come mai le strisce diano fastidio alla vista degli insetti e sono tanti i ricercatori impegnati nella soluzione di questo arcano enigma.

Le zebre sono equidi come il cavallo e l’asino, ma sanno comunicare allo stesso modo? Ebbene si! Hanno la possibilità di comunicare attraverso espressioni facciali e vocalizzazioni. Emettono suoni per avvisare della presenza di un predatore o più in generale di un pericolo. Ci sono anche comportamenti di comunicazione tattile come strofinarsi il naso reciprocamente o appoggiare il muso sopra il dorso di un’altra zebra. I puledri, come tutti i piccoli, chiamano la madre per chiedere cibo: l’allattamento dura 7-11 mesi ma già dai primi giorni il piccolo inizia a brucare l’erba.

A differenza del cavallo e dell’asino selvatici, non hanno saputo nel tempo trovare un sistema di relazione con l’uomo per cui se i suoi “cugini” sono stati addomesticati, la zebra non ha mai accettato di essere domata e cavalcata dall’uomo; la sua indole nevrile l’ha sempre tenuta alla larga!

Esistono differenti specie di zebre, alcune di queste sono gravemente minacciate di estinzione, come la Zebra di montagna e la Zebra di Gravy cacciate dall’uomo per il mantello, la carne ma anche perché sottraggono pascolo agli animali domestici. Samia e Marcello raccontano bene questa storia a tutti i visitatori del Parco, contribuendo così alla conservazione di questi affascinanti animali: venite a vederli al giardino zoologico e vedete come si arrabbiano se le chiamate “gobbi” !

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